«Il ragazzo che segue il seguipersona»

Il ragazzo che segue il seguipersona

Sono anni che inseguo Vasco, ma vari impegni mi hanno sempre impedito di assistere a un suo concerto. Ho perso più di una volta San Siro che oltre ad essere un bellissimo stadio è anche situato nella mia città, quindi comodo da raggiungere.
Nel frattempo i miei figli crescono (9 e 11 anni) e cominciano a conoscere alcune canzoni del Blasco a memoria, causa un Cd quasi perennemente inserito nell'autoradio. E se la bimba preferisce le melodiche Sally e Silvia, il piccolo se potesse bloccherebbe il repeat su Buoni o Cattivi. L'unico modo per accontentare tutti è mettere la traccia di Albachiara... Se aspetto ancora un po' ci andranno loro a un suo concerto, e io rimarrò ancora a bocca asciutta penso mentre leggo sul giornale la data fatidica: Sabato 15 Settembre, Stadio Dall'Ara di Bologna.
Pochi giorni dopo è il compleanno di mia moglie che da anni mi tormenta perché la porti a un suo concerto. Quale migliore regalo di compleanno?
Telefono ad Edo, mio vecchio amico che segue Vasco nei vari tour (non ho mai capito esattamente con che ruolo: ufficio stampa, sicurezza, logistica...) non importa, lo chiamo, è fatta.
Baby sitter prenotata, con l'impegno però di tornare in nottata...
Con cosa si va a Bologna? In macchina, che bisogna lasciarla in un parcheggio lontano e poi al ritorno non si trovano i taxi?
In treno, che poi non ce ne sono più dopo una certa ora?
Certo che no. Si va in moto!
Ma caro, hai cinquant'anni!
E allora, Vasco quanti ne ha?
Cosa c'entra, lui canta!
E io guido!
Lo so, non è una gran risposta, ma ormai è deciso: moto.

Il viaggio d'andata è una passeggiata, ci becchiamo pure il tramonto sulla Pianura Padana, che non sembra ma ha il suo fascino. Mi fanno mettere la moto all'interno dello stadio (non speravo tanto). Ci fanno mangiare col catering degli artisti (come rifiutare!, anche se, per non saper né leggere né scrivere, ave¬vo ingollato due panini all'autogrill...)
Parte il concerto e... sapete dove ci mettono? Avete presente davanti al palco, oltre le transenne, dove stanno il servizio d'ordine, i fotografi accreditati e gli amici? Beh, lì.
Sentendo l'invidia e forse anche l'odio di quelli oltre la transenna, a pochi centimetri da me, che però erano lì dalla mattina, alcuni dalla sera prima, comincio a godermi lo spettacolo. Durante le prime canzoni vengo rapito dai suoni: puliti, potenti, e dalla voce di Vasco: convinta, gioiosa, aggressiva ma rilassata. Poi mi giro e vedo finalmente il mare di gente, ora mai s'è fatto completamente buio e risplendono dagli spalti i flash dei telefonini e delle macchine fotografiche, mi accorgo dei cori. C'è gente che si è cantata a squarciagola tutto il concerto. Lo conosceva a memoria, pause e urletti del Biasco compresi... Poi mi cade l'occhio su un ragazzo che volge le spalle al palco, e tuttavia segue in perfetto sincrono tutti gli spostamenti di Vasco, compreso quando si inoltra lungo le due lunghe pedane che si insinuano tra la gente.
Mi affascinano i suoi movimenti: a volte leggiadri, quasi una danza, altre volte sono degli scatti da velocista (e comunque se penso alla durata del concerto, mi viene da pensare più a un maratoneta). Non capisco come faccia a seguire tutti i movimenti del cantante di Zocca, anzi ad anticiparli... poi capisco: segue l'occhio di bue (che difatti si chiama anche seguipersona). E osserva, scruta, protegge. A guardarsi intorno, l'unico pericolo potrebbe venire dal troppo amore che i fan hanno per lui: se potessero se lo stringerebbero forte forte fino magari a fargli male, per il resto sembrano persone assolutamente innocue. Ho visto un ragazzone alto uno e novanta e ben corpulento con le lacrime agli occhi urlare “Grazie Vasco, grazie!” Era assolutamente sincero, lo ringraziava per qualcosa che solo lui sapeva, ma sicuramente le parole di quelle canzoni, unite alla musica, devono davvero averlo aiutato in qualcosa...
Perso come sono in queste mie riflessioni, intravedo con la coda dell'occhio il ragazzo che segue il seguipersona spiccare un balzo felino e tuffarsi sul bordo del palco dando delle gran manate a qualcosa che brucia. Era semplicemente una stellina di Natale. Avete presente quegli innocui bastoncini di metallo ricoperti di una sostanza grigia che quando brucia irradia tante scintille, quelli che tengono in mano i bambini a cui le mamme raccomandano: “Tienili lontano dagli occhi che ti possono accecare!”? Beh, uno di quelli.
Il ragazzo che segue il seguipersona si fa gettare dell'acqua sulle mani che fumano e fanno "cssssss", come in un fumetto. Si guarda le cicatrici sulle mani, poi solleva leggermente gli occhi al cielo. Io così mi sono sempre immaginato Padre Pio.

Intanto il concerto prosegue veloce, intenso, corale. Vasco zompetta qua e là sul palco come un ragazzino, si cambia alcuni cappellini, mette e toglie gli occhiali, mima gli assoli di chitarra, impugna l'asta del microfono come un lap dancer macho, ora sembra proprio felice, e noi con lui. Fa le smorfie, sorride, guarda negli occhi un signore accanto a me: si cantano in faccia l'un l'altro un'intera strofa di canzone (mi diranno poi essere tipo il suo commercialista, beh, se è vero, che figata avere un commercialista così!).
Nel frattempo mi guardo intorno e scopro che in quella ristretta area dove all'inizio del concerto eravamo in trenta ora siamo in trecento. Ma dov'erano prima? - penso. Ma non lo dico a nessuno primo perché non mi sentirebbero e secondo perché capisco che ormai siamo al gran finale e non voglio perdermi nessun grammo di emozione (qual’è l'unità di misura dell'emozione?).

Finito il concerto ci portano in una saletta riservata dove incontro il mio amico Abatantuono e altre persone che non vedevo da anni. Poi il colpo di scena. Grazie all'amico mio Edo e a Tania (amica di mia moglie e mitica "ombra" di Vasco) arriviamo al camerino del signor Rossi, ma non un Rossi qualsiasi... "quel" Rossi lì. Una persona normale, col cappellino in testa (tipo quello che aveva sul palco, forse lo stesso), uno spiccato accento modenese, persino un po' emozionata da tanto calore avuto da Bologna (e ci sarà ben abituato). Ci guardiamo negli occhi, di cosa parliamo: di musica, di teatro, di televisione, del mio o del suo lavoro...? Ma di moto, certo, di motociclette! È la mia rivincita. Guardo mia moglie (si chiama Sandra, dire moglie troppe volte mi suona strano) come per dirle: “Hai visto, lui non canta solo, va pure in moto! E se vuoi saperla tutta, anch'io non vado solo in moto, canto pure! E ci ho pure la sua età”.

Ma poi viene il momento del commiato e del ritorno a Milano (in moto, of course).
Beh, ammetto che il ritorno sulla lunga e diritta A1 è stato meno "passeggiata" rispetto all'andata. E poi è durato molto di più perché da quando, alla prima stazione di servizio, ho scoperto che quelli che erano stati al concerto si riconoscevano dal fatto che erano completamente afoni, ho voluto (con la scusa del coffee per tenermi sveglio) fermarmi a tutti gli autogrill per mescolarmi a quella folla.
Tra l'altro, non so se per empatia o perché senza essermene reso conto avevo cantato a squarciagola anch'io, anche la mia ugola mi aveva abbandonato. E insomma, per una notte, durante quel lunghissimo viaggio di ritorno, con la mia bella tuta da motociclista, tra birre, Camogli e ragazze che fischiettavano ancora Toffee mi sono sentito davvero vent'anni di meno.

P.S. Ci ho messo un mese a riprendermi completamente da quel viaggio, ma questo a Sandra non ditelo.
E neanche a Vasco.
Claudio Bisio