La gente che sta bene
Corriere della Sera

Bisio non è più il benvenuto: faccio ridere con cattiveria

Testata
Corriere della Sera
Data
1 maggio 2013
Firma
Valerlo Cappelli
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Immagine dell'articolo su Corriere della Sera
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La scommessa è rendere brillanti, tra colpi di scena, situazioni che altrimenti sarebbero drammatiche

 

ROMA-La crisi, per lui, l’avvocato Umberto Ilario Borlone, non esiste. Nessuna precarietà, un grosso grasso conto in banca, una famiglia ideale, una carriera in ascesa e degli amici a cui farlo sapere. Ma occhio alle correnti, il vento fa il suo giro e... «È la prima volta che affronto un personaggio decisamente negativo, un avvocato arrogante, uno sbruffone, un egocentrico, un mezzo bastardo che sguazza nel carrierismo, uno...».Claudio Bisio parla chiaro. Dopo Zelig, pensavo di tornare al teatro, invece mi ritrovo felicemente dentro fino al collo nel cinema».Con i suoi tre «benvenuti», è l'uomo d'oro della commedia italiana: Benvenuti al Sud, 30 milioni al botteghino; 28 ne ha avuti Benvenuti al Nord; Benvenuto presidente, ancora sugli schermi, è a quota 8 milioni e 500 mila.

Nel suo nuovo film, La gente che sta bene di Francesco Patierno (una produzione Madeleine, Colorado, Rai Cinema), Bisio cambia aria: «Si dice spesso, per un film con delle ambizioni, che ci rimetta sulle tracce della gloriosa commedia all'italiana. Bé, stavolta sembra proprio così. A me questa storia ricorda da vicino i film in bianco e nero di Alberto Sordi».

Con una differenza, che allora le storie riflettevano il boom economico, qui siamo nella crisi più nera. «La scommessa è di riuscire a rendere brillanti, in un susseguirsi di colpi di scena, situazioni che in altro modo risulterebbero drammatiche», dice il regista, «in un mercato che impone la commedia, abbiamo cercato di riprendere lo spirito di quelle dei nostri padri, i Monicelli, i Germi, i Risi». Si è mosso sul filo di una comicità «acida», in cui apparentemente ci sono sempre meno motivi per ridere.

Il ruolo di Bisio è quello di «un avvocato d'affari milanese che si è fatto da solo, cinico dalla testa ai piedi, che non ha nessuna intenzione di rinunciare alla sua fetta di paradiso. Per il regista è «un film che rispecchia il nostro tempo, soprattutto nella perdita di valori». Nella scena che si sta girando all'ex palazzo dell'Atac (l'azienda di trasporti pubblici della Capitale), che tra due mesi diventerà un hotel a cinque stelle, Bisio ha appena licenziato un collega avvocato che lavora nel suo avviatissimo studio: «Dopo pochi minuti, usando le stesse parole, licenzieranno me. Le cose prendono una piega diversa, cerco di aggrapparmi a quel mondo che mi sta franando addosso». Il ciak oggi è questo, è Bisio che taglia la testa con queste parole: «Dicono che nel mondo di oggi solo i furbi e gli spregiudicati riescono a raggiungere il successo. Lasciamo che lo dicano. A noi tocca dimostrarlo con i fatti. È un'opportunità per lei mostrare cosa vale veramente».

È la «cura» ipocrita e spietata che George Clooney praticò in Tra le nuvole. «Nel mondo di

oggi, in piena crisi economica, col dilagare dei licenziamenti, ognuno frega e viene fregato. Il film è ambientato nella Milano post da bere». Una città popolata da un'umanità alla ricerca disperata di un modo per stare a galla. Il regista dice che «sarebbe superficiale definirla come la Milano di Berlusconi, è una società degradata che crede solo nel denaro, è la Milano della gente che, come dice il titolo del romanzo di Federico Baccomo da cui siamo partiti, pensa di star bene, nonostante i tempi. L'unico personaggio caratterialmente solido, in un ruolo per lei inedito, è Margherita Buy, che fa la moglie di Bisio». Lui, subito dopo il licenziamento, a una festa fa la conoscenza di Diego Abatantuono, avvocato d'affari, il re del cinismo, che gli promette un futuro radioso e invece... «Viene sbandierata tutta la finta sicurezza che fa parte di quel mondo -racconta il protagonista -, l'ottimismo superficiale sbandierato come un mantra per superare la crisi. Il licenziamento è un problema che riguarda tutti, giovani e cinquantenni, non solo quelli che non hanno i soldi. Ma non è un film sui licenziamenti, così come non è un film sugli avvocati».

Scrive Oscar Wilde in Un marito ideale: «Nessun uomo è tanto ricco da potersi ricomprare il passato». «Diciamo che alla fine il mio avvocato finisce preda delle sue fragilità. Inciampando, si sveglia dall'incantesimo e torna alla realtà. E diventerà un uomo migliore».