Benvenuto Presidente!
Corriere della Sera

Benvenuto Presidente! Bisio al Quirinale per caso La commedia diventa farsa

Un anonimo Giuseppe Garibaldi manda in crisi il sistema

Testata
Corriere della Sera
Data
19 marzo 2013
Firma
Paolo Mereghetti
Immagini
Immagine dell'articolo su Corriere della Sera
Dopo il segretario di partito depresso (e con gemello picchiatello), ecco il presidente della Repubblica per caso. Tempi duri per l'Italia e (di conseguenza?) anche per il nostro cinema, che quando vuole alzare il tiro e uscire dalle sabbie mobili della commedia ridanciana, va a finire nella favola e nella farsa. Come se la realtà fosse talmente impresentabile da non poter essere raccontata che nei termini dell'apologo surreale. E proprio nel Paese (e nel Cinema) che ha avuto Sciascia e Rosi, Morselli e Petri, la Morante e Damiani e Zampa e Bellocchio e Amelio e Garrone...Certo, le similitudini tra il film di Andò (Viva la Libertà) e quello di Riccardo Milani (Benvenuto Presidente!) si fermano qui, ma continuo a pensare che la scelta di adottare un percorso espressivo lontanissimo dal «verismo» (e nel paese che ha «inventato» il neorealismo) sia significativa di una difficoltà e di un malessere: difficoltà dell'«arte» a misurarsi concretamente con l'Italia e malessere degli «artisti italiani» a trovare la cifra stilistica adatta a instaurare un qualche dialogo tra platea e schermo.Questo malessere lo si intuisce anche in Benvenuto Presidente!, quando il passo di carica con cui il film prende l'avvio comincia a dare qualche segnale di rallentamento e le ambizioni satiriche rischiano di girare a vuoto, perché la satira vorrebbe -meritoriamente- evitare il qualunquismo ma fatica a mantenere la stessa capacità di graffiare. E il film finisce per «ritirarsi» verso una comicità più scontata e superficiale. L'idea di partenza è tanto folle quanto funzionale. Per uno dei soliti giochini della politica i partiti che devono nominare il nuovo presidente della Repubblica non vogliono mettersi d'accordo e casualmente decidono tutti di scrivere sulla scheda il nome di Giuseppe Garibaldi. Ma per loro sfortuna un Giuseppe Garibaldi eleggibile esiste, così il bibliotecario-pescatore di un paesino sperduto tra le montagne (Claudio Bisio) finisce al Quirinale. Alle prese con i cerimoniali e la burocrazia, le cene ufficiali e le visite diplomatiche, Peppino sfodera prima una bella dose di ingenuità poi un buonsenso popolaresco che finisce per conquistare tutto il Paese o quasi. A cominciare dalla «rigida» Janis Clementi (Kasia Smutniak), vice segretario generale della presidenza con passato ultra fricchettone, entrata nel pieno delle sue funzioni dopo che il segretario in carica (Omero Antonutti) non era stato capace di reggere l'«anticonformismo» del neoeletto.La sceneggiatura di Fabio Bonifacci sceglie di colpire i bersagli più grossi e più facili (l'incomprensibilità delle leggi, la burocrazia dei regolamenti, la separazione tra istituzioni e Paese) ma sa farlo senza calcare troppo la mano sul qualunquismo e riesce a evitare le trappole più grosse dell'antipolitica e del populismo. Grazie anche alla carica di simpatia che Bisio sa mettere nel suo personaggio, libero finalmente da certi eccessi para-televisivi che in passato avevano appesantito alcune sue interpretazioni. Qui è invece piuttosto convincente e se qualche volta il film dà l'impressione di rallentare il ritmo, la «responsabilità» non è certo solo sua (la scena coi rollerblade servirà pure per portare Peppino in cantina e trovare così gli scatoloni con le proposte di legge nascoste, ma è francamente scritta, girata e interpretata con la mano sinistra).Anche l'idea dei «poteri forti» e dei «servizi deviati» all'inizio potrebbe funzionare, perché si mantiene come il tono generale del racconto su un livello tra l'ironico e il surreale, ma quando il film dà l'impressione di «crederci» davvero e poi non trova di meglio che confondere l'hashish con l'origano per metterlo nella pizza offerta all'ambasciatore cinese in visita ufficiale, allora torna in mente A Natale mi sposo e il divertimento scricchiola. E allo stesso modo l'insistita «furia erotica» che rivela l'insospettabile Janis (con chi è piuttosto facile immaginarlo) finisce per diventare una trovata da farsa di second'ordine. Per non parlare della «trappola» architettato con la complicità più o meno involontaria dell'amico.Ecco, nell'ultima parte, quando il protagonista si trova davanti a qualche non secondario problema morale, allora il film fatica a trovare soluzioni narrative all'altezza. Certo, evita di scivolare nella «solita» condanna/assoluzione generalizzata (la scelta che rendeva detestabile, tra le altre cose, Viva l'Italia di Bruno) ma non riesce a risolvere il problema morale che Peppino (e con lui gli spettatori) si trova davanti. In questo modo il film finisce per «nascondersi» dietro un'ultima gag, ma anche per ribadire le difficoltà e il malessere di cui si diceva prima. Quelli di un cinema che non sembra ancora capace (per colpa del Paese, della sua cultura e di tutti noi italiani) di fare qualche passo in più in avanti