Benvenuto Presidente!
il Venerdì di Repubblica

Benvenuto Presidente

ma perchè al cinema la nostra politica finisce quasi sempre in farsa?

Testata
il Venerdì di Repubblica
Data
15 marzo 2013
Firma
Pino Corrias
Immagini
Immagine dell'articolo su il Venerdì di Repubblica
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Dopo avere prefigurato l'impensabilefuga del Papa, il cinema italiano si prepara ad accogliere la lampeggiante discesa tra noi diBeppe Grillo, l’intruso, nel più grillesco dei film.  Preveggente al punto da essere già pronto per il dibattito. Si chiama Benvenuto Presidente (nelle sale dal 2l marzo). È allegramente diretto da Riccardo Milani, interpretato con faccia stupefatta da Claudio Bisio dentro un'Italia che sembra quella appena esondata sui giornali. Anche stavolta virata nella chiave che più si addice alla nostra storia, la farsa, e alla nostra più intima attitudine, lo spensierato gorgheggio che da una ventina d'anni ci fa danzare sul burrone.

Come in una fiaba che (in fondo rende) innocuo il suo veleno.

È la storia di un pescatore di carpe d'alta montagna che per errore – anzi per la ridondanza del suo nome: Giuseppe Garibaldi - viene eletto presidentedella Repubblica. E dunque, una mattina, estratto dal suo paesaggio di neve evita spicciola per essere infilato nella proverbiale auto blu. Asciugato, rasato, rivestito, trasportato in tutta fretta a Roma, dentro ai palazzi degli intrighi e dei famelici poteri, issato sul colle più alto, scrollato per bene dai tre capi branco - del Centro, della Destra, della

Sinistra - convinto con le spicce ad andare a inchinarsi davanti ai musi pallidi della Casta che lo attendono a Camere riunite. Riverirli dall'alto. Scusarsi dell'equivoco, dimettersi. E togliere prestamente il disturbo, sciò. Ma quell'altezza compie il miracolo. Scioglie i fili del burattino.

Riempie di un certo coraggio l'intruso.

Che di punto in bianco a dimettersi non ci pensa più. Anzi si accomoda nel nuovo mondo che gli scivola intorno con i suoi lussi e le sue insensatezze da favola. E perciò si incanta girovagando tra le 1200 stanze del Quirinale e i suoi chilometrici corridoi dove si pattina a meraviglia. Si incapriccia della deferenza dei corazzieri dei maggiordomi, delle scorte. E naturalmente della fredda efficienza della sua segretaria particolare - una strepitosa Kasia Smutniak - che prima lo raggela con i diktat del Galateo Istituzionale, poi si scalda nello sguardo e infine lo arroventa negli abbracci.

Ma specialmente gli piace quel potere (quasi) assoluto che gli consente di trasformare ogni suo desiderio in realtà. Per esempio trasformare quegli inutili corridoi di marmo in un ricovero per i senza tetto, quando fuori nevica.

Oppure tagliare di punto in bianco i 228 milioni di euro di spese annuali della sua reggia repubblicana. O addirittura accenderei le luci nei sotterranei del Palazzo per rinvenire il leggendario deposito dei segreti di Stato allineati nella polvere della nostra storia -

le stragi, le logge, gli scandali - tutti ordinatamente infilati nei rispettivi dossier proprio come vuole l’ immaginario delle gazzette & dei complotti. E un po’, più in là, alla fine degli scaffali, trovare persino la tavola intorno alla quale sono seduti i terribili e leggendari “poteri forti”, che poi sono una manciata d’ anziani dall'aria inoffensiva e perfino garbata se non fosse che a interpretarli

il regista abbia chiamato una Lina Wertmuller e un Pupi Avati così pertinenti e insieme fuori luogo da risultare (a loro insaputa) comici.

Perché è poi sempre il paradosso la cifra e il limite di questo nuovissimo cinema politico italiano che ha appena sguinzagliato nelle sale l'altro preveggente Viva la libertà di Roberto Andò."

Dove riluce un doppio Toni Servillo nei panni del segretario del partito post-post-comunista, annerito dalla depressione, e in quelli del suo vitale gemello, reduce dal manicomio e filosoficamente insensibile al potere. Il primo sfiancato dal vuoto del conformismo, dalla noia per gli intrighi, e perciò segretamente in fuga (ancora!) a Parigi per rintracciare qualche brandello della sua giovinezza e della vila che non ha avuto. L'altro ironico e pronto a infilarsi nei panni del fratello, maneggiando parole non ancora usurate, capace di conquistare la seriosa leader tedesca con un tango. Ma anche di scaldare il cuore della piazza recitando il vecchio Bertolt Blecht: "Il nemico ci sta innanzi più potente che mai (...) E noi abbiamo commesso degli errori, non si può negarlo. Siamo sempre di meno. Le nostre Parole d’ordine sono confuse>.

Sino al celebre finale che dice:

“Non aspettarti nessuna risposta oltre la tu”. Monito finalmente non retorico che a ben vedere suona assai simile a quello pronunciato da Bisio/Presidente quando nel discorso di commiato allaNazione finalmente griderà: “Ce l'avete con gli altri. Ma gli altri chi? Gli altri

chi?”. A dirci quanto ci assomigli la classe politica di cui veramente ci lamentiamo, selezionata a nostra immagine con il nostro voto, la nostra cattiva coscienza, i nostri non confessabili interessi. E autorizzata a esercitare il privilegio di rubarsi l'argenteria della nostra vita con il consenso di nessun altro se non noi. Assonanze di un cinema quanto mai consapevole della crisi. Capace di intraprendere strade finalmente lontane dalle commedie sentimentali di eterna adolescenza popolate di immaturi, esami liceali, baci al chiaro di luna. E distante dai non trascurabili crimini dei cinepanettoni che hanno scandito con i rutti, le corna e le barzellette, l'abisso di questo inconcluso

ventennio. Un cinema che sta di fronte al bivio di sempre. Accontentarsi di raccontarci le eterne maschere politiche, da Antonío La Tlippa a Scilipoti, passando per Cettto la Qualunque, con così tanta ironia da disperdere l'indignazione nella risata e lo spavento in un respiro di sollievo. Oppure incattivirsi nello sguardo e nella esattezza del racconto. Per raccontare il potere senza fronzoli, senza commedia.

Magari ispirandosi al capolavoro americano di ultimissima stagione, House of Cards, protagonista Kevin Spacey. Che non è un film, ma addirittura un serie che ha appena iniziato la sua navigazione planetaria in Rete, 13 puntate di sontuosa cupezza, ambientate ai bordi delia stanza ovale di Washington, un abisso liberato di cattive intenzioni, soldi, vendette.

Dove non ci sono gag. L’ingenuità è un misfatto. E la pena è sempre capitale.

Dove non è mai un mattoide quello che verrà a salvarci, un illusionista con la sua rivoluzione per gonzi. Perché siamo (e saremo) solo noi allo specchio a stringere il nodo che ci imprigiona. Oppure

a scioglierlo, mentre fuori, al chiaro

di luna, cantano i grilli.