La buona novella
Bisio

Io, i Vangeli apocrifi e La buona novella

di Claudio Bisio

“Sono un ragazzo fortunato” recita il poeta Lorenzo Cherubini. Bene, anch’io mi reputo fortunato (tralascio ‘ragazzo’ per pudore avendo ormai 45 anni).
Fortunato perché i miei hobbies coincidono con il mio lavoro. A me, ad esempio, piace leggere, ascoltare musica, cantare, raccontare storie.
Le farei anche se per mestiere fossi un metronotte o il Presidente del Consiglio.
E invece lo faccio per lavoro. Mi pagano, voglio dire. E a volte mi applaudono pure. Non è meraviglioso?

A volte, poi, questa quadratura del cerchio avviene in modo totale e quasi miracoloso.
Lo spettacolo La Buona Novella di De André per me è uno di questi casi.

Ricordo bene le canzoni di quel disco; le strimpellavo indegnamente con la chitarra durante la mia adolescenza, in spiaggia con gli amici, davanti a notturni falò, con scarsi risultati immediati di tipo sessuale (quelle canzoni non portano di per sé a limonare con la ragazza più carina della compagnia), ma grandi risultati qualitativi di stima e ammirazione da parte della fazione più impegnata e politicizzata del gruppo (Il testamento di Tito, da questo punto di vista, resta un faro).

Sapevo, ho sempre saputo, che De André aveva tratto le sue storie dai Vangeli Apocrifi.
Anni dopo (neanche tanti) ho visto a teatro Mistero Buffo di Dario Fo (uno degli spettacoli che mi ha convinto a provarci… a fare l’attore, intendo).
E sapevo, ho sempre saputo, che Fo si era ispirato ai Vangeli Apocrifi.
Quando anni dopo (parecchi, questa volta) Giorgio Gallione mi propone di mettere in scena La buona novella partendo dal disco di De André, ma arricchendolo di ulteriori affabulazioni tratte dai suddetti Vangeli, insomma di ripercorrere la stessa strada che aveva fatto De André (e probabilmente anche Fo), io gli rispondo che sì, mi sembra molto bello e interessante, ma che prima vorrei rileggermi gli Apocrifi.

Metto giù il telefono e mi sento un verme. Avevo mentito (parlando per giunta di Sacre scritture). Non avevo mai letto i Vangeli Apocrifi.

Li ho letti.

E mi sono sentito come una lampadina in corto circuito o come Paolo sulla via di Damasco: fulminato.
Nell’ottima edizione (Einaudi, guarda caso) a cura di Marcello Craveri, con un illuminante saggio di Geno Pampaloni, ho ritrovato le storie che Fo aveva raccontato in un colorito grammelot che probabilmente è proprio quello che gli ha fatto meritare il premio Nobel per la letteratura (vedi la storia dei passeri di argilla che Gesù prima plasma, poi con un soffio fa volare).

Giorgio Gallione (che forse aveva già letto gli Apocrifi) si è stupito tanto quanto me a scovare in quei testi scritti duemila anni fa alcune parole contenute nelle canzoni di De André (come ad esempio definire «lotteria tra il popolo dei senza moglie» il metodo che l’oracolo di Dio suggerisce al sommo sacerdote di Gerusalemme per assegnare un marito a Maria).

Bene, tono e contenuto del mio apporto allo spettacolo sono tutti qui: dal mio/nostro stupore di fronte al mistero intorno a un personaggio realmente vissuto duemila anni fa che De André più volte definisce «rivoluzionario», al mistero della creazione artistica (il disco di Fabrizio), che come ogni evento poetico prende spunto da miti, racconti, parole altrui, ma diventa sempre un corpo altro, completo e autonomo.

In questo spettacolo ho la fortuna di cantare, affabulare, ma anche «recitare» parole che ho capito solo dopo molte repliche, e di alcune, probabilmente, neppure oggi ho afferrato il senso profondo.
Penso all’inizio dello spettacolo dove i Vangeli, citando Gesù, dicono:
“…Gli uomini credono che io sia venuto sulla Terra a portare la pace, ma essi non sanno che io sono venuto, invece, a portare la discordia, e il fuoco, e la spada, e la guerra”

Pensate che ci è capitato di pronunciare queste parole subito dopo il crollo delle Torri gemelle a New York o durante i bombardamenti a Kabul. Ma anche durante la saga del Grande Fratello o col mondo invaso dalle Veline.
E tuttavia quelle parole sono più forti, più longeve, più misteriose (in senso sapienziale) della guerra stessa e dei nostri anni Settanta, Ottanta, Novanta e anche dello scollinamento del millennio.

Infine, fatemi aggiungere che dopo anni di monologhismo autarchico-narcisistico-onemanshownistico, recitare al fianco di una bravissima, emozionata ed emozionante Lina Sastri; essere paterno sposo, in quanto Giuseppe, di una Maria Bambina con la voce e l’anima di Leda Battisti; cantare accompagnato da un’orchestra di undici elementi che ti incalza come un metronomo ma, quando è il caso, attende una tua pausa espressiva; interagire con un coro-non-canonico ( le Voci atroci: un nome, un perché) guidate da quel Ceccon che quando interpreta il Testamento di Tito a modo suo, non ce n’è per nessuno…

Bé, vi garantisco che quando uno ha provato tutte queste emozioni in una volta sola, è davvero un ragazzo fortunato e difficilmente potrà farne a meno in futuro.