La vita è un sommergibile che sprofonda pian piano. Ma l’Out-Off lo ritira su

Testata
Il Giornale
Data
26 maggio 1985
Firma
Maddalena Traina
Immagini
Immagine dell'articolo su il Giornale

Il sangue gli scorre sempre rapido nelle vene, ipensieri vagano confusamente nella sua mente, I muscoli gli pizzicano sotto la pelle, gli occhi impazziscono di tensione e brillano nervosi nel buio che li circonda. Attorno a lui c’è il metallico argento di un sottomarino-trappola ribellatosi ai comandi umani, che va giù, sempre più giù, alla velocità di un centimetro al minuto, un centimetro ogni ottanta battiti cardiaci. La bara d’acciaio lo avvolge, lo coccola, sembra condannarlo a uno stato di delirante allucinazione. Quand’ecco che nel buio sopraggiunge, improvviso, l’oblio di quella pacifica condizione e con l’oblio la luce. Segno che l’incubo è finalmente terminato e infatti di lì a poco ritroveremo quello stesso individuo su una spiaggia: salta allegramente da uno scoglio all’altro, mentre chiacchiera con una graziosa fanciulla appena conosciuta. I due parlano, parlano, contemplano l’infinito, si provocano, si stuzzicano, si corteggiano: in una parola, si innamorano.

Tutto è bene ciò che finisce bene, dunque. Ma il significato di Un centimetro ogni ottanta battiti, rappresentato al Teatro Litta dalla compagnia dell’Out-Off con la regia di Antonio Sixty, è molto più complesso di quanto questo sintetico resoconto della storia lasci intravedere.

Il testo dello spettacolo, scritto a quattro mani da Edoardo Erba e da Roberto Traverso, contiene infatti uno straordinario procedimento narrativo che si snoda attraverso folgorazioni repentine e “flashes” che quasi permettono di toccare il fondo inconoscibile della realtà, sia nei momenti di angoscioso abbandono (I atto) sia in quelli di vitale entusiasmo (II atto). Folgorazioni e balenii che ovviamente escludono un impianto discorsivo razionale da parte dei due personaggi, interpretati con disinvolta bravura da Carla Chiarelli e da Claudio Bisio: I loro ragionamenti danno luogo a un’interpretazione per così dire “visionaria” della vita, ovvero tale da andare oltre le cose e I dati realisticamente intesi.

Un microcosmo evocativo sorretto anche dal fantastico (fantascientifico?) allestimento scenogrefico di Mino Bertoldo, fatto di tappeti argentati mollemente ondulati e di particolari oggetti–simbolo, come, ad esempio, un'.enorme struttura metallica triangolare appesa alla parete, “occhio che tutto vede”, e che dunque sovrasta le idee e le azioni dei due protagonisti. I quali, con la vorticosa essenzialità dei loro discorsi, spesso ispirati ad uno “stream of unconsciousness”. di joyciana memoria, danno vita a un vasto giro di impressioni e di sentimenti in cui le immagini si susseguono, si accavallano, si raggrumano.

“Libera la tua mente dalla razionalità – dice la donna all'uomo –. Vedi, io mi immedesimo negli oggetti che ho intorno: così riesco a catturare l'infinito”. Morale della favola: la vita, con le sue gioie e i suoi dolori, è un continuo gioco d'artificio. Per rendersene conto basta provare ad esplorare il fondo oscuro e tavolta inconfessato dell'animo umano, indagando sul complesso e misterioso mascherarsi dell'uomo a se stesso. Come hanno fatto autori, regista e attori di uno spettacolo enigmatico e pregevole come Un centimetro ogni ottanta battiti, pièce di chiusura della prima parte della rassegna Sussurri o grida, cui è andato il caloroso, meritato applauso del folto pubblico intervenuto alla prima. Si replica fino al 31 maggio.

torna a inizio pagina