Tra il sole e il mare non esistono nemici

Otto soldati diventano otto ragazzi
“Mediterraneo” di Salvatores, con Abatantuono, Bigagli…

Testata
la Repubblica
Data
5 febbraio 1991
Firma
Irene Bignardi
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Può un regista che ha trentanove anni raccontare una guerra finita un lustro prima che nascesse? Può benissimo. Ma Gabriele Salvatores, milanese, trentanovenne, non ci prova per nulla, nonostante le apparenze.

Nonostante cioè, in Mediterraneo, racconti una storia ambientata durante la seconda guerra mondiale e prenda come protagonisti, secondo una struttura corale che gli è cara sin dai tempi di Sogno di una notte d'estate, un gruppo: otto soldati italiani, meno che trentenni, che, in rispetto al ben noto modello autoritario delle azioni senza senso che non si discutono, vengono mandati a presidiare inutilmente un'isoletta greca (è Kastellorizo, la più lontana dalla madrepatria, la più vicina alla costa turca).

L'isola non ha alcuna importanza strategica. In compenso è bella, la gente è simpatica, la guerra sembra lontana, il sole è caldo e il vino buono. Per non parlare dell'hashish, con tutte le sue risonanze sessantottesche, che gli otto scoprono quando un turco furbacchione approdato sull'isola glielo fa provare, con prevedibili conseguenze.

Che non siamo esattamente dove apparentemente siamo - in un film sulla guerra di Grecia – lo dicono anche le volute incongruenze del gergo giovanilistico che esce dalla bocca del sergente Abatantuono o del tenente Bigagli. La guerra non guerreggiata dei nostri otto amici, insomma, è solo un pretesto, o una metafora, che consente ancora una volta a Salvatores di tessere, fedelmente a se stesso, un ritratto di gruppo in un esterno, di studiare un campionario umano in una situazione chiusa - che in Marrakesh Express era il viaggio, in Turné, il viaggio più la compagnia teatrale -, di osservare il reciproco modo di trasformarsi. E per tessere scopertamente l'elogio della fuga. Quello enunciato da Henri Laborit nella frase che accompagna il film («Quando il tempo diventa davvero duro, il veliero ha una sola possibilità: la fuga. Fuggire il tempo permette di salvare barca ed equipaggio, ma anche, forse, di scoprire terre nuove, lontano dalle rotte falsamente sicure delle crociere e dei mercantili», e ribadito dalla didascalia finale: «Dedicato a tutti quelli che stanno scappando».

Una dedica che suona strana e quasi provocatoriamente violenta in questo momento di guerra, ma che traduce bene l'utopia di Mediterraneo. Gli incidenti della vita degli otto italiani sull'isola - dallo spaesamento e la nostalgia al perfetto inserimento in una comunità che solo la politica ha decretato sia nemica e alla scoperta di se stessi e alla realizzazione – in «minore», ma felice, dei propri desideri – sono scelti da Vincenzo Monteleone, autore del soggetto e della sceneggiatura, tenendo costantemente d'occhio l'utopia e i sogni della sua generazione, il rifiuto di trovare nemici là dove sono indicati dalle regole del gioco, il suo desiderio di chiamarsi fuon da una battaglia in cui non si riconosce, la speranza di poter vivere bene con i riti minimi della sopravvivenza. «I turchi sono con noi o contro di noi?», è la prima domanda che i nostri si pongono sbarcando sull’isola. E quando, dopo tre anni fuori dal mondo – la nave che li ha trasportati è affondata, la radio è fuori uso – atterra improvvisamente un aereo italiano, il piccolo plotone ormai smilitarizzato scopre che i vecchi nemici sono gli amici di oggi, che non era il caso di agitarsi e che «Ci sono grossi ideali in gioco: si possono fare un sacco di soldi». Come stupirsi se ritroveremo tre dei nostri, anni dopo, debitamente invecchiati dal trucco, ancora sull’isola?

La commedia amarognola di Slavatores scorre con brillante piacevolezza. Gli otto sono tutti simpatici (ma spiccano Diego Abatntuono, «miles gloriosus» con un perfetto fisico «d’epoca», il tenentino Claudio Bigagli che legge il presente attraverso i lirici greci e si improvvisa pittore, e Giuseppe Cederna, che scardina le regole sociali innamorandosi della bella prostituta locale).

Ma è proprio il gioco dell’apologo, con gli anacronismi espressamente voluti, a dare al film, a tratti, un'intonazione troppo disinvoltamente esplicita e un sapore un po' facile. Per paura di non riuscire a farsi capire, Salvatores scopre troppo velocemente le carte della metafora e le chiavi di lettura. E Mediterraneo, anziché un Tutti a casa anni '90, resta un divertente «road movie» stanziale: nutrito d’intelligenza, scritto con garbo, diretto con precisione, ma con meno smalto di quanto la crescita di Salvatores facesse sperare.

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